così fan tutti! la polizia segreta imperiale eviterà di interrogarmi se verro catturato potrò dire: tutto quello che sò è sul mio blog!
Noi che siamo troppo amati dichiariamo che il desiderio è la nostra unica costituzione e la prassi dei rapporti la nostra legge.
Non che siamo stati troppo amati non poniamo nessun limite ai nostri desideri se non il desiderio del nostro prossimo che viene sempre prima di noi.
A noi che siamo stati troppo amati è stato detto che il desiderio non basta, ma è necessario;
a noi che siamo stati troppo amati è stato detto che il desiderio è lecito;
noi che siamo stati troppo amati diciamo invece che il desiderio è un dovere nei confronti di noi stessi e di tutto ciò che esiste e non esiste.
Noi che siamo stati troppo amati abbiamo sofferto poco, ma sappiamo che cosa è il dolore;
noi che siamo stati troppo amati accogliamo quindi la sofferenza altrui come atto dovuto come da sempre accogliamo la gioia e la felicità;
noi che siamo stati troppo amati accogliamo la disperazione sperando ogni volta che sia l’ultima che qualcuno debba soffrire.
Noi che siamo stati troppo amati siamo coscienti che possiamo essere noi stessi causa del male e origine del dolore, ma corriamo lo stesso il rischio in nome dell’amore, sentinella della nostra stessa corruzione.
Noi che siamo stati troppo amati cercheremo per sempre di restituire a tutto ciò che esiste e non esiste quello che abbiamo ricevuto, coscienti che noi non siamo eterni, ma l’amore si!
Diario dalla Palestina (seconda settimana)
07/11/2005 lunedì
Andiamo a trovare i monaci dossettiani (un ordine monastico fondato dal padre della patria Dossetti che, insieme a Togliatti, è considerato una delle maggiori personalità della assemblea costituente italiana). Sono anche loro interessati a entrare in contatto con il “parents circle”. Sono inoltre felice di essere aggiornati sull’attività dell’”Operazione Colomba”.
09/11/2005 mercoledì
Sono arrivato al paese di At-tuwani a metà mattina utilizzando la macchina presa a noleggio dai bergamaschi in poco meno di un ora da Gerusalemme. Mi dicono che ci vogliono 2 ore e mezza con i taxi collettivi: confermo, ci ho messo quasi tre ore a tornare lunedì 14. Incontro finalmente i volontari americani (USA e Canada) del CPT (Cristian Peacemaker Team) che condividono con noi la presenza a At-tuwani. Subito dopo vado con Piergiorgio sulla collina a 15 minuti a piedi di distanza per controllare che i bambini al ritorno a casa da scuola siano scortati dai soldati israeliani (in alcuni giorni della settimana sono invece scortati dalla polizia) quando passano vicino all’outpost dei coloni. Al ritorno incontriamo un pastore che abita a poche centinaia di metri da li, fuori del paese. Ci invita a bere il tè nella caverna dove vive con la famiglia. Lungo il tragitto ci racconta che sulla collina dove eravamo gli sono state uccise due pecore dai coloni una con la baionetta l’altra a sassate. Quando arrivo scopro che ci ha invitato di fatto invitato a mangiare con lui. Il ragazzo che è con me mi dice che se mangio troppo poco si offendono, ma con quello che avanza ci mangerà il resto della famiglia. Ci sono sette bambini e la moglie intorno a noi sono visibilmente imbarazzato, spilucchio qualcosa. Dopo Piergiorgio ha aiutato con i compiti di inglese i bambini più grandi, io bevo il mio tè alla salvia.
Nota: la situazione di At-Tuwani
Il centro è dislocato a sud-est di Yatta nella West Bank. Ha una popolazione di circa 150 persone riunite in 5 clan famigliari e una quindicina di famiglie (molte delle quali vivono in abitazioni ben conservate risalenti a 300-500 anni fa). At-Tuwani svolge un ruolo di riferimento importante, in quanto vi è l’unica scuola in cui si recano i bambini provenienti da molti dei centri abitati di Masafer Yatta, un area di circa tra i 400 e i 900 m.s.l., di colline e valli, è abitata da una popolazione palestinese di circa 1200 agricoltori e pastori. Inoltre, nel villaggio è stato costruito un ambulatorio medico che rafforza tale ruolo centrale, e c’è l’unico negozio di generi alimentari prima dell’area urbana di Al Karmil e Yatta. Attualmente il villaggio è sprovvisto di servizi quali acqua corrente, energia elettrica e linee telefoniche. Un generatore a gasolio provvede a fornire elettricità a tutte le case per quattro ore, dalle 19.30 alle 23.30. Il rifornimento idrico ad At-Tuwani dipende da due pozzi nelle vicinanze del villaggio. Nel luglio del 2004, alcuni coloni hanno contaminato una delle due cisterne d’acqua del villaggio. Attorno ad At-Tuwani vi sono un insediamento e due outpost israeliani: Ma'on e Hill 833 a ovest, e AviGail a est. I primi coloni arrivarono a Ma'on nel 1981. Da allora gli insediamenti hanno preso più di 1500 dunums (10 dunums corrispondono ad un ettaro circa) della terra appartenente ad At-Tuwani. Tuttora sottraggono all'incirca 70-100 dunums dal villaggio ogni anno. Nel 1987 e' stata costruita una moschea distrutta pochi mesi dopo dall'esercito. Nel 1993 l'esercito ha distrutto due abitazioni, e altre due nel 2004. La motivazione addotta per queste distruzioni e' stata che non vi era alcun permesso di costruire su quella terra. L'esercito ha distrutto anche dei campi di ulivi, nel 1982, nel 1986 e nel 2004. Fino a febbraio 2005 il progetto del Muro prevedeva di passare a 500 metri a nord di At-Tuwani, annettendo di fatto a Israele il villaggio con l’intera aerea di Masafer Yatta. Attualmente il progetto del Muro passa grossomodo sulla Linea Verde (6 chilometri piu a sud) al limite meridionale di Masafer Yatta. Visto che il progetto del Muro è stato spostato verso la Linea Verde, nell’aprile 2005 un membro della Knesset (A. Shochat) ha dichiarato che il Governo intende mettere dei pannelli di cemento lungo la statale 317 che passa vicino ad At-Tuwani (cioè vicino a dove era previsto il vecchio tracciato del Muro), cosicché questi pannelli staccherebbero Masafer Yatta con i suoi insediamenti e villaggi palestinesi dal resto della West Bank.
10/11/2005 giovedì
Ci siamo svegliati un quarto alle 7 per andare sulla collina per controllare che i bambini siano scortati dai soldati. Sono “fortunato” la mia prima mattina di servizio arrivano un ora in ritardo, meno fortunati i bambini che sono arrivati in ritardo a scuola. Nel frattempo ci siamo mobilitati chiamando con il cellulare ogni 10 minuti alternativamente il comando militare locale e un associazione israeliana per i diritti umani. Durante la mattinata andiamo a aiutare a raccogliere le olive nell’uliveto nei pressi dell’outpost israeliano anche per controllare che non avvengano episodi di violenza da parte dei coloni Verso le 13:00 veniamo a sapere che l’autista che guida la macchina (una Station Wagon a cui sono stati aggiunti al posto del bagagliaio alcuni sedili) per Susiya per accompagnare altri 10 bambini (non quelli di cui ho parlato prima, quelli abitano a Tuba). Alle 14:15 un membro di Ta’ayush (“convivenza” di arabo, un associazione pacifista formata soprattutto da israeliani, ma che ha anche soci palestinesi) ci telefona per dirci che l’autista è stato rilasciato. Più tardi veniamo a sapere dai genitori che i bambini non sono tornati a casa. Dopo varie telefonate un funzionario dell’OCHA – Nazioni Unite ci comunica alle 16:30 che gli ufficiali militari stanno per dare l’ordine di rilascio, cosa che è avvenuta pochi minuti dopo. Dei bambini tra i 5 e gli 11 anni sono stati per 3 ore e mezzo in un check point i mezzo ai soldati. Fino a allora i bambini passano per la stessa strada con un trattore e non erano mai stati fermati. La strada dove è sono stati fermati per ragioni di sicurezza sembra sia chiusa alle macchine con targa palestinese a causa dell’omicidio di tre israeliani a diversi chilometri a nord. I tre giovanissimi coloni sono stati uccisi da dei colpi di arma da fuoco provenienti da un automobile con targa israeliana, guidata quasi sicuramente da palestinesi dei territori occupati, ma che non difficilmente provenivano dal Masafer Yatta. Alle ore 16:00 due coloni a cavallo sui 20 anni arrivano giù dal boschetto dove si trova l’autpost e si fermano a poche decine di metri a guardare le persone che lavorano agli olivi, poi ripartono facendo un lungo giro intorno agli alberi.
Nota: i coloni.
Accettando di far parte dell’”Operazione Colomba” ho dichiarato di essere neutrale rispetto alle parti in conflitto, ma non rispetto alle ingiustizie: questa è una tipica ccaso in cui è difficile essere neutrali. Forse chi legge sa già cosa si intende per colono dei territori occupati, ma ho voluto lo stesso chiarire la questione. I coloni sono cittadini israeliani che abitano nei territori occupati palestinesi. Solo il 40% di loro lo fa per motivi politici, gli altri sono cittadini, spesso di recente immigrazione, che approfittano degli incentivi dello stato israeliano. Per chi si trasferisce negli insediamenti il governo israeliano garantisce vantaggi economici e sociali. La maggior parte vive negli insediamenti veri e propri paesi autorizzati da Israele, ma illegali secondo il diritto internazionale e costruite su terre di proprietà dei palestinesi. Sono riconoscibili nel paesaggio della West Bank per le loro case con il tetto di tegole rosse a spiovente; le case dei palestinesi hanno quasi sempre il tetto piatto. Alcuni coloni vivono negli autpost: piccoli centri abitati, abusivi anche per Israele, costituiti da baracche e prefabbricati dove alcuni coloni si trasferiscono con lo scopo di espandere la presenza dei civili nei territori occupati. Per approfondire consiglio la lettura del rapporto “Land Grab”. Dovrebbe essere disponibile in italiano con il titolo “Terra Rubata” sul sito dell’”Operazione Colomba”.
11/11/2005 venerdì
La scuola è chiusa e quindi non dobbiamo controllare la scorta dei bambini. Al mattino essendo tutte le famiglie di religione islamica la maggior parte degli uomini si trasferisce nel vicino centro di Yatta. Se volessi dipingere la mattinata di un alone mistico, quanto falso, potrei aggiungere che la ho passata a guardare a sud verso il deserto in meditazione … Nel pomeriggio siano andati mezza giornata a aiutare a raccogliere le olive. I proprietari dell’uliveto ci offrono il te a metà pomeriggio e poi anche dopo al ritorno a casa. Nei giorni in cui sono stato a At-Tuwani ho bevuto lo zuccheratissimo tè locale almeno 3 volte al giorno: sto iniziando a farci l’abitudine!
12/11/2005 sabato
Al mattino presto al ritorno dalla collina ci viene a trovare l’autista arrestato due giorni prima per chiederci di aiutarlo nella denuncia. Una volontaria statunitense lo ha ripreso con la telecamera mentre esponeva il suo punto di vista. Io sono andato a fotografare il suo mezzo, per documentare di danni provocati alle due portiere laterali da alcuni calci dei soldati. Più tardi arrivano alcuni ragazzi di Ta’ayush per aiutare nella raccolta delle olive. Uno dei ragazzi ha una maglietta con la scritta Thailand e il disegno di un elefante dai colori psichedelici. Ci racconta che è il ricordo del viaggio per il suo anno sabbattico dopo i tre anni in cui a prestato servizio militare. Ci dice anche che è già stato nei territori occupati, ma da soldato, aggiunge che quella non era lui era un’altra persona. Ha passato gran parte della giornata a chiacchierare tranquillamente con il proprietario dell’uliveto.
13/11/2005 domenica
Al ritorno dalla collina per controllare l’arrivo della scorta non siamo andati a raccogliere le olive come nei tre giorni precedenti, le zone dove era pericoloso raccogliere sono finite. I proprietari degli uliveti hanno insistito perché andassimo almeno una volta al giorno a mangiare da loro. Non c’è molta ricchezza da queste parti e le famiglie sono molto numerose e quindi dal punto di vista strettamente economico saremmo stati un peso se avessimo continuato a approfittarci della loro ospitalità. Durante la mattina un piccolo aereo bianco sorvola per 4 volte At-Tuwani. Nel pomeriggio 4 riservisti (soldati israeliani che fino ai 40 anni prestano servizio per un mese l’anno) passano con la loro jeep da Tuwani. Andiamo a informarci discretamente delle loro intenzioni: dicono che è solo una visita di controllo. Ci offrono il tè ai bordi della strada, mi dicono che è un comportamento strano, in ogni caso cercano di essere gentili, delle reclute di 18 anni lo sarebbero stato molto meno. Dopo essersi informati su chi eravamo, con la scusa di filmare il paesaggio ci riprendono con la loro videocamera di servizio.
Consumi Culturali 2
Sul palco sette elementi, non saprei dire quanti ora fanno parte del gruppo e quanti invece suonano solo ai concerti; comunque altre alle due chitarre, basso, batteria, tastiera cera un ragazzo ai fiati e un altro con un violino elettrico, che io personalmente considero indispensabile nei concerti rock.
Di loro conosco solo i dischi di qualche anno fa, mi aspettavo ”Bianca” e “Non è per sempre” che non ci sono state, ma ho riconosciuto “Non si esce vivi dagli anni’80” e “Voglio una pelle splendida”. Non tengo molti dei loro dischi perché li ritengo pericolosi quasi quanto i “The Cure” e i “Placebo”. Hanno fatto 5/6 pezzi in inglese dal loro ultimo album, che sono stati sciupati come dirò dopo, e, a quanto mi hanno detto, un paio di cover che comunque non ho riconosciuto.
Sono stato gran parte del tempo in platea subito dopo il gruppo del pogo perenne, quelli che pogano qualsiasi cosa anche i lenti; su alcuni pezzi mi sentivo ispirato e mi sono lanciato in avanti nella mischia, ma solo una volta mi sono sentito sciogliere e sono diventato calore e sudore fondendomi nella massa: nei suoni di quella canzone che non mi ricordo come si chiama, ma che il ritornello fa “male di miele, male di miele …”.
Il divismo di Agnelli è divino. Loro, gli Afterhours, sono andati avanti con il loro spettacolo ignorando le richieste del pubblico, e per questa volta do ragione agli artisti. Dicevo, Agnelli a un certo punto, verso la fine, ha letto un suo racconto: Deja vu! Il racconto mi diceva qualcosa, si trattava infatti di “Ritorno a casa” che avevo letto un po’ di tempo fa su una rivista.
Il pubblico ha fatto cose discutibili, ma nel complesso mi è piaciuto. Cerano coppie che ballavano quando dovevano ballare e si baciavano quando si dovevano baciare; ma la maggior parte del pubblico era formato da ragazze e ragazzi adoranti che guardavano verso il palco con lo sguardo languido e un po’ innamorato e che, ognuno a suo modo, alzano il braccio, ogni volta che il bel Manuel alzava il suo con un bicchiere pieno (vino?) in segno di saluto.
Il pubblico, come ho già detto, ha fatto cose discutibili dietro di me due checche non la finivano mai di fare commenti del tipo: “Stasera non ha la voce” oppure “Nell’ultimo pezzo hanno fatto sette errori”; odiosi! Nei pezzi in inglese poi quasi tutti cantavano sopra in italiano rovinando l’atmosfera, non entro nel merito se sia giusto o meno tradurre i testi o proporre anche in Italia lo spettacolo pensato per i palchi internazionali, solo che mi sarebbe piaciuto sapere come venivano dal vivo gli Afterhours in inglese, ma con tutto quel casino non si capiva niente.
Mi era stato chiesto di riportare in Valdinievole un autografo o un poster. Io non ho mai chiesto l’autografo a nessuno, ma comunque sarebbe stato impossibile raggiungere i camerini, visto la presenza di alcuni gorilla. Mi hanno riferito che servivano a proteggere il pubblico più che i musicisti, visto che sembra che qualche settimana fa Agnelli abbia aggredito uno spettatore molesto che aveva “esagerato” con le offese al gruppo. Mi rifiuto di acquistare merchandasing ufficiale, quindi mi sono diretto fuori insieme agli altri alla ricerca di un paio di locandine da staccare come regalo; dopo aver fatto due volte il giro del teatro mi arrendo: non ci sono locandine da staccare, mi convincono a andare a casa e a cercare di non pensarci, ce ne andiamo.
Diario dalla Palestina (prima settimana)
Pubblico in differita il diario della mia esperienza in West Bank (Cisgiordania) come operatore volontario di peacekeeping non armato e nonviolento e osservatore dei diritti umani. Lo pubblico con una differita di quasi tre mesi per oscuri motivi: non mi ripiglio! (non mi ripiglio = non sono abbastanza sveglio). Una parte era già stata pubblicata sul blog del signor Alessio Adami (http://adamialessio.splinder.com/) mio vicino di casa nonché noto autore di romanzi pulp. Alla fine abbiamo constatato entrambi che era più razionale che lo pubblicassi direttamente. Rimango a disposizione per qualsiasi domanda e curiosità: diffondere notizie e raccontare cosa è accaduto fa parte del lavoro dell’”Operazione Colomba” (http://www.operazionecolomba.org/) di cui ho fatto parte per due mesi. 03/11/2005 giovedì
Circa alle 8 sono entrato nella zona dell’aeroporto di Fiumicino dove si può entrare solo con i biglietti e il passaporto; saluto i miei genitori, che mi avevano accompagnato a Roma, dicendo che non so quanto ci avrei messo, ma che sicuramente dopo avremmo avuto il tempo per fare colazione insieme. Una ragazza della sicurezza mi ferma per alcune domande sulla mia permanenza in Israele, ero preparato a rispondere fino a un certo punto, considerando che stavo per volare con la El-Al la compagnia di bandiera israeliana. Il colloquio dura un po’ più del previsto, quasi mezzora, ero oggettivamente nervoso e credo di essermi impappinato la terza o la quarta volta se viaggiavo da solo e se conoscevo qualcuno in Israele. Lei era inoltre dubbiosa sul fatto che mi trattenessi due mesi, non era o convinta della mia risposta, la stessa ogni volta: turismo/pellegrinaggio. Mi ha fatto molte domande, le più strane sono state: se sei studente perché non vai a lezione in questi mesi? Quando ha scoperto che i miei genitori erano ancora in aeroporto: me li può descrivere vorrei parlarci? Dopo quest’ultima domanda si allontana e mi lascia solo, dopo una decina di minuti torna con una collega meno giovane che mi interroga di nuovo facendomi le stesse domande. Sono stato fatto accomodare in una sala di aspetto con una signora che presumo sia palestinese. Mi viene offerta dell’acqua che rifiuto gentilmente. Vengo accompagnato in uno spogliatoio dove un poliziotto italiano in borghese mi perquisisce. Poi un agente della sicurezza mi chiede di togliermi la giacca, le scarpe e di tirarmi giù i pantaloni e si mette a controllare tutto con il metal detector. Ho scoperto solo il giorno successivo che non potevano farlo e che si trattava di un reato. Contemporaneamente qualcuno nella sala di aspetto ha controllato il mio bagaglio a mano senza che io potessi vedere, infatti al mio ritorno, i miei oggetti erano stati messi dentro alla rinfusa. Alle 10, mancavano solo 15 minuti alla partenza dell’aereo e mi viene chiesto di scegliere se partire domani o farmi spedire il mio bagaglio il giorno seguente, in quanto mi dicono che non c’è il tempo per controllarlo con cura, decido di partire subito e mi viene rilasciata la ricevuta; vengo scortato per centinaia di metri fino al pulmino sulla pista di decollo. Al mio arrivo a Tel-Aviv ho avuto un altro colloqui di 15 minuti sulle stesse domande, l’unica difficoltà è stato elencare mete di pellegrinaggio, dopo la quinta il ragazzo, mio coetaneo non sembrava soddisfatto e a me non ne venivano in mente altre. Ho consegnata la ricevuta all’ufficio oggetti smarriti, ho compilato il loro modulo e quindi mi hanno consegnato un foglio con un codice e un numero di telefono. Mi sono stati offerti anche circa 60 euro di rimborso che io ho accettato perplesso, infatti ho ritirato la ricevuta dicendo: “devo pagare?”. Prendo il taxi collettivo per Gerusalemme. Dopo circa un ora alle 17:00 ora locale arrivo alla foresteria dalle suore salesiane dove gli altri volontari avevano prenotato un posto letto. Alle 20:30 ricevo finalmente una telefonata da Monica che si è assicurata del mio arrivo, rassicurando più me che lei credo.
04/11/2005 venerdì
Alle 9:15 mi vengono a prendere all’ostello delle suore gli altri tre volontari dell’Operazione Colomba: A., M. e P.. Dopo uno scambio di saluti e la consegna di alcuni cose che mi avevano chiesto di portagli. Partiamo subito dopo, infatti mi comunicano che avevano un appuntamento pochi minuti più tardi. Incontriamo una ragazza del “Parents Circle” un’associazione di genitori e parenti di vittime sia israeliani sia palestinesi che l’Operazione Colomba ha contattato perché vogliono organizzare un incontro sulla riconciliazione e il perdono in Kosovo dove è presente un altro gruppo di volontari. La cosa che mi stupisce dell’incontro è la curiosità di sapere cosa succede nella West Bank da parte della rappresentante del “Parents Circle” che vive a Tel-Aviv e sembra avere difficoltà a avere informazioni su quello che accade a poche decine di chilometri. Monica deve andare a At-Tawani uno dei due luoghi dove l’Operazione Colomba ha una presenza continuata nei territori occupati palestinesi, e quindi la salutiamo. Nel pomeriggio mi fanno fare il turista e mi portano a visitare Gerusalemme, che dire, un luogo che non sarei riuscito a immaginare. Per strada incontriamo Marco della comunità monastica di Bose che ci offre un caffe arabo. Oltre a volersi aggiornare sulla Operazione Colomba, e soprattutto sulle tensioni tra palestinesi musulmeni e palestinesi cristiani. Marco e P. sono abbastanza d’accordo nel considerare la questione sopravvalutata; l’identità palestinese è molto più sentita di quella musulmana e cristiana (nota: i cristiani palestinesi sono solo il 2% della popolazione). Piergiorgio paragona le tensioni agli scontri negli stadi in Europa, sono quasi esclusivamente i giovani tra i 15 e i 25 anni che percepiscono e utilizzano come pretesto la differenza di religione. A. rimane a dormire a Gerusalemme, io e P. partiamo per Abuod (o Abud) l’altro luogo dove siamo presenti. Prendiamo il primo taxi collettivo verso nord e passiamo dal check-point di Ar Rarra dove inizia (o finisce?) il muro ancora in costruzione, non succede nulla infatti ci sono controlli solo in entrata, o uscita? Insomma solo per andare verso Gerusalemme. Arriviamo al check-point di Qualandya dove dobbiamo scendere dal pulmino. Beh la struttura del check-point è enorme e si trova a 15 chilometri, all’interno dei territori occupati, di distanza dalla “linea verde” i confini tracciati dagli accordi di Oslo. Anche qui ci sono controlli solo per chi va verso sud, ma l’atmosfera è diversa. Sulla destra si vedono tre grandi edifici in costruzione come quelli di una dogana, non riesco a limitarmi e dico la battuta: “è temporaneo vero?”. Prima di arrivare alla porta girevole di metallo che delimita il passaggio si vede sulla sinistra centinaia di metri di tettoie con i passaggi a serpentina per organizzare la fila per i controlli. Per ora non ci sono molte persone qualche decina, se mi ricordo bene, ma in fila sotto la tettoia potrebbero stare centinaia se non migliaia di persone. Siamo fortunati e il taxi collettivo per Ramallah parte subito, prima costeggiamo il muro con i suoi primi murales poi passiamo attraverso il campo profughi a sud della città dove vive anche una terza generazione, i nipoti dei primi profughi. A Ramallah dobbiamo aspettare mezzora il prossimo taxi collettivo, quindi andiamo a prendere il tè, Piergiorgio mi fa assaggiare alcuni dolci palestinesi al miele, non credo sappia quanto abbia gradito: i dolci sono una delle cose con cui è più facile corrompermi. Nell’ultimo tratto del viaggio, il più lungo, Piergiorgio mi mostra i segni dell’occupazione: basi militari, posti di blocco, cancelli e blocchi di cemento che bloccano l’accesso ad alcune strade. Quando arriviamo a Abuod per strada è pieno di bambini che giocano con i petardi è infatti il secondo dei 4 giorni di festa per la fine del mese di Ramadan. Arrivato a casa mi vengono prestati dei vestiti, posso quindi togliermi il mio “travestimento” da giovane professorino di storia, non sono per niente abituato a portare la giacca!
05/11/2005 sabato
La mattina P. mi porta a vedere il paese di Aboud (2300 abitanti, a est di Tel-Aviv, nei pressi del muro) e uno dei tre blocchi fatto con le macerie alle strade di accesso che portano ai paesi vicini. Lungo il tragitto incontriamo molte persone che ci salutano (l’Operazione Colomba è presente qui da 14 mesi) e che mi vengono presentare. Sono molto in imbarazzo: devo quanto prima almeno imparare a dire salve e grazie in Arabo! Riceviamo alcuni aggiornamenti da At-Tuwani per telefono. A sud gli abitanti locali stanno raccogliendo le olive nei terreni di loro proprietà e alcuni internazionali sono presenti per aiutare e difendere la popolazione. Infatti si sono presentati alcuni coloni per protestare. Monica ci racconta che una ragazza molto giovano che abita in un outpost (una zona dove abitano i coloni che però non è ancora stata dichiarata insediamento) vicino dopo aver detto come gli altri alcuni slogan e accusato gli internazionali di essere filo palestinesi, asserisce di essere per la pace. M. gli risponde che è evidente visto gli occhi che ha. La ragazza quindi si calma e invita M. a parlare a casa sua. Subito dopo, si avvicina un ragazzo un po’ più grande e inizia di nuovo a dire slogan e quindi la conversazione si è interrotta. Due eventi importanti della mattinata a sud sono che un soldato ha aggredito un contadino; e che i militari hanno chiesto a chi raccoglieva le olive di andarsene perché alcuni coloni volevano venire a pregare in quei campi. Passo gran parte della mattinata a tradurre un rapporto dall’italiano all’inglese: sono imbranatissimo ci metto tre ore per fare solo una pagina. Dopo pranzo andiamo a prendere il caffè da M. uno dei capi della locale sezione scout, dove hanno pranzato A., sua sorella e alcune loro amiche. Sono in Palestina per una settimana nell’ambito di un gemellaggio tra Aboud e Tavernola (in provincia di Bergamo). Dopo ci spostiamo nell’appartamento dell’Operazione Colomba e chiacchieriamo un po’ con loro. Passo il resto del pomeriggio cercando di sfogliare controvoglia qualche pagina di un manuale di arabo che ho trovato in casa, poi “decido” che è meglio oziare.
Nora: la situazione a Aboud.
Il paese di Abuod è una municipalità: la parte costruita si trova, secondo gli accordi di Oslo, in zona B a controllo comune israeliano e palestinese; i terreni circostanti, in gran parte coltivati a olivi, di proprietà degli abitanti sono invece in zona C che è di esclusivo controllo israeliano. Vicino a Aboud il muro di difesa di Israele e completato e si trova a 5/6 chilometri di distanza Ma è in progetto la costruzione di una linea difensiva simile molto vicino al villaggio per proteggere alcuni insediamenti di israeliani presenti dalla parte del muro dove si trova Abuod. Se realizzato il progetto taglierà fuori un terzo dei terreni degli abitanti del paese, inoltre ci sarà una nuova struttura militare molto vicina al paese. Attualmente, visto che metà degli abitanti è cristiana, è in corso una campagna con relativa petizione per fare pressione presso il Vaticano perché faccia a sua volta pressione presso il governo di Israele. Se e quanto partiranno i lavori sono possibili manifestazioni di protesta da parte degli abitanti del luogo che già si stanno organizzando per fare un esposto alla corte di giustizia israeliana.
06/11/2005 domenica
Siamo andati alla messa, i ragazzi che erano con me ci tenevano a sottolineare che non era obbligatorio, eh ci mancherebbe altro! Per andare alla chiesa cattolica passiamo davanti a quella ortodossa, mi dicono che in pratica è come se fossero due parrocchie della stessa chiesa. Infatti come in tutta la palestina celebrano il natale nella chiesa cattolica e la pasqua in quella ortodossa. Dopo la funzione beviamo il caffè con tutti convenuti: mi dicono che è tradizione. Dopo vado con Adriano e le sue amiche a fare un altro po’ di turismo andiamo in due luoghi archeologici li vicino S.Barbara e alcune rovine che sembra sia una necropoli. La cappella di S.Barbara è stata costruita appena due mesi fa. La struttura precedente è stata fatta saltare dai militari perché dicevano che vi erano nascoste armi: non era vero. Dalla collina Adriano ci fa vedere i due insediamenti (illegali secondo la IV Convenzione di Ginevra) costruiti nel 1982. Ci fa notare che sono costruiti in mezzo agli uliveti e che negli accordi iniziali i proprietari avrebbero potuto andare a raccogliere le olive, ma così è stato solo per pochi anni. Nel pomeriggio iniziamo a scrivere la nuova petizione per Aboud in inglese e italiano. La vecchia petizione faceva riferimento alle due zone archeologiche e alla cisterna dell’acqua. Il nuovo tracciato del progetto di struttura difensiva è stato spostato di alcune centinaia di metri proprio per evitare queste zone, ma in alcuni punti si trova ancora a oltre un chilometro dagli insediamenti.
Mi piace lavorare gratis
Negli ultimi anni mi sono ritrovato varie volte a fare del volontariato professionale: a fornire prestazioni professionali intellettuali più o meno specializzate senza pretendere in cambio nessun compenso. Forse esagero nel definirle professionali o specializzate, sono attività che potrebbero fare molti altri al mio posto, ma forse loro si sarebbero fatti pagare. Fino a ora essendo studente universitario, lo sono ancora credo, la cosa non mi preoccupava molto, non solo perché nessuno mi ha mai costretto a fare nulla, ma soprattutto perché considero queste attività come parte della mia formazione. Sto pensando di non accettare più situazioni di questo tipo, non certo perché ho smesso di credere nel gratuito, ma perché sto iniziando a avere paura del mio futuro e dubitare della mia capacità di avere un reddito che mi permetta perlomeno di sopravvivere. Ho fatto lavori “umili” e non qualificati per cui sono stato pagato e sono pronto a tornare a farli, ma è ancora presto per arrendersi.
Di seguito la descrizione sintetica dei “progetti” che ho accettato di recente e che quindi devo portare a termine.
Scuola estiva per la pace
L’anno scorso ho collaborato all’organizzazione di una scuola estiva per giovani sui temi della pace, della gestione dei conflitti e della nonviolenza. Ho fatto di tutto da contattare i relatori a andarli a prendere in macchina alla stazione. Da seguire le iscrizioni dei ragazzi a fargli da sorvegliante notturno nel dormitorio (Nota: non importa quanto gli fai fare come gli pare, per loro rimani lo stesso uno stronzo di poliziotto).
Quest’anno forse parteciperò anche alla progettazione del programma e delle attività; per ora ho fatto solo una riunione con le altre due signore del “comitato organizzativo” per scrivere un programma di massima da consegnare al funzionario comunale che sembra gli serva per scrivere un rapporto alla regione per la conferma del finanziamento di questa e altre attività
Osservatorio rifiuti
Sto iniziando a collaborare con la sezione locale dei Verdi. Premetto che ho sempre pensato che i partiti siano organizzazioni autoritarie, che sviliscono l’individuo e pieni di arrivisti insensibili alle necessità pubbliche; con le dovute eccezioni la mia esperienza personale non ha che confermato la mia opinione, ma ho deciso lo stesso di provarci e vedere cosa riesco a fare.
Per ora mi sono limitato a studiare il problema dello smaltimento e riciclaggio dei rifiuti in generale e nello specifico il funzionamento dell’azienda pubblica locale che si occupa, tra le altre cose, della questione. A breve stiamo organizzando una visita di controllo nell’”isola ecologica”, la struttura che si occupa dello stoccaggio temporaneo dei rifiuti, per verificarne il funzionamento e in seguito di incontrare gli assessori all’ambiente dei comuni interessati e i funzionari dell’azienda.
Stand del commercio equo e solidale a Terra Futura
Faccio parte come delegato dell’associazione in cui faccio volontariato del coordinamento toscano delle botteghe del mondo che si occupano di commercio equo e solidale. Parteciperemo con uno stand a convegno fiorentino “Terra Futura” (http://www.terrafutura.it/) giunto alla sua terza edizione e in un momento di entusiasmo mi sono offerto come volontario all’organizzazione. Dovevamo avere una riunione del coordinamento sabato prossimo, ma forse sarà rimandata.
Prendendo atto di vivere all’apice della “civiltà” del consumismo e dell’esistenza dell’industria culturale colgo l’occasione per trascrivere i miei consumi culturali che formano, insieme al lavoro e allo studio universitario, la trinità che giustifica l’esistenza del volume che occupo nel mondo e soprattutto l’estremo consumo di energia causato dal mio stile di vita.
Uno degli effetti del consumismo e l’acquisto convulsivo per compensare carenze affettive. Le mie spese al supermercato sono veloci e puntano a starci il meno possibile, anche perché almeno per me non è un luogo adatto per flirtare, indipendentemente da quello che dicono le riviste specializzate. Vestiti e scarpe e altri accessori non attirano il mio bisogno di buttare via i soldi, mi devono picchiare per convincermi a comprare nuove cose indipendentemente dalla necessità: anzi tendo a affezionarmi sempre agli stessi articoli e a vestirmi per mesi allo stesso modo, giustificandomi che lo faccio con stile.
Ma se ho subito abbastanza lo stress della repressione sociale improvvisamente le librerie, i negozi di dischi e le videoteche diventano luoghi di culto che mi attirano venerante e a volte mi spingono addirittura all’acquisto, quando me lo posso permettere si intende!
Inauguro quindi la rubrica in cui parlerò dei miei consumi culturali soffermandomi su quello che consumo e non su quello che acquisto, e chi vuol capire capisca!
Non nascondo l’aspirazione di far partire un dibattito sui “prodotti” che potrà proseguire qui o ovunque vorranno i miei cari lettori.
Letteratura
Ho letto recentemente il racconto Hard-boiled di Banana Yoshimoto. Per chi non lo ha fatto posso dire che si tratta della storia di una ragazza che durante una gita in campagna da sola si ferma a dormire in una locanda dove verrà visitata da una serie di spiriti e fantasmi tra i quali quello della sua ex fidanzata morta. Il tutto si svolge in un atmosfera onirica e surreale in cui i ricordi si mescolano con il presente. Mi a rapito e si è fatto leggere velocemente soprattutto grazie alla tenera storia di amore tra le due ragazze che fa da sfondo alla narrazione e per i temi del ricordo dei morti e della necessità di rinascita dopo aver vissuto un esperienza di morte. In un altro periodo della mia vita mi avrebbe infastidito la presenza di elementi fantastici per raccontare temi così importanti, e quindi penso che ha molti possano non piacere storie di questo tipo; ma lo stile semplice dell’autrice e la mia attuale disponibilità a accogliere il sovrannaturale (sottolineo accogliere non credere: è molto diverso secondo me!) mi hanno fatto passare dei bei momenti.
Sto leggendo la raccolta di racconti di Charles Bukowski “Storie di ordinaria follia” (titolo originale: “Erections, Ejaculations, Exhibitions and General Tales of Ordinary Madness”). Non ho ancora finito di leggerlo quindi non vorrei sbilanciarmi nel giudizio. Come è noto gran parte dei racconti sono autobiografici e parlano del suo rapporto con le donne e con i cavalli, intendendo le relazioni amorose con le prime e il gioco d’azzardo sulle corse dei secondi. Detto così potrebbe sembrare banale, vi assicuro che non lo è per quasi chiunque abbia mai letto un racconto o una poesia del maestro del ventesimo secolo e ne conosca quindi lo stile. Per quello che ho letto fino a ora posso dire che il fatto che Bukowsi faccia continuo riferimento al fatto che si lavora solo quando si ha bisogno di soldi, e quindi il meno possibile, e il fatto che ogni donna che ha incontrato sia per lui la donna la più bella del mondo non può che spingermi a adorarlo.
Mi è stato consigliato di recente di iscrivermi a questo servizio per rimanere in contatto con alcune persone, le stesse hanno poi aggiunto che c’è “un sacco di bella gente”, quindi devo (voglio?) far parte di questa splendida comunità (di recupero?).
Visto che ho questo spazio a disposizione colgo l’occasione per autocelebrarmi come si confà a stile di ogni blogger professionista:
mi considero l’essenza stessa della contraddizione, sono una creatura stupidissima, ma la mia famiglia mi ha garantito la possibilità di avere un cultura invidiabili; mi sono specializzato in cultura pop alla Miskatonic University, posso quindi parlare di qualsiasi film, romanzo, fumetto, disco uscito negli ultimi 100 anni; se per caso non l’ho mai sentito nominare ho abbastanza riferimenti per poterne parlare lo stesso. Ma ci sono milioni di persone che si vantano di saper fare questo e alcuni di loro ne hanno fatto addirittura una professione. Sono anche molto cinico e allo stesso tempo compassionevole, convinto cioè (a torto?) che è possibile amare qualsiasi cosa esista nell’universo e allo stesso tempo non avere fiducia in nulla e parlare male di tutto ciò che si ama; insomma sono un moralista del cazzo! La cosa più preoccupante è che per una coincidenza cosmica sono nato in un epoca in cui convivono repressione sessuale e sviluppo dell’industria pornografica; allo stesso tempo mia madre mi ha educato al femminismo. Quindi mi trovo nella disdicevole situazione di essere contemporaneamente un maniaco sessuale e di essere filofemminista. (mia madre per “consolarmi” continua a ripetermi che lei negli anni settanta cera e che la rivoluzione sessuale è stata una grande bufale).
Politicamente mi ritengo un liberalsocialista, giusto per usare categorie politiche di cinquanta anni fa! Per chiarire liberal sta per libertario e socialista per socialista. Quindi il mio ideale politico è un mondo in cui sono garantite il massimo delle libertà civili ai singoli, ma allo stesso tempo garantisce anche una giustizia sociale che non permetta squilibri o accumuli di ricchezza a discapito di altro. Per parlare come si sarebbe parlato in un bar della fine del ventesimo secolo: in culo alla “tradizione” che vuole i liberali capitalisti e i socialisti autoritari che ha portatati la cultura corrente ha vedere la parola comunista come un’offesa. Quello che ci differenzia dai comunisti a noi libersocialisti è solo che noi non riteniamo possibile, anzi aborriamo, la possibilità di sospendere le libertà dei singoli in nome del progresso o di una futura società perfetta; quindi di fatto non c’è niente che ci distingue da loro, anzi stiamo benissimo insieme a noi piace essere snob e a loro litigare su inutili dettagli ideologici, quindi passiamo lunghissime serate a offenderci a vicenda e a ubriacarci insieme. Io passo gran parte del mio tempo nel ventitreesimo secolo a contemplare l’utopia matriarcale liberalsocialista, ma il mio corpo è relegato all’inizio del ventunesimo secolo; quindi un po’ per passione personale, un po’ perché noi liberalsocialista dobbiamo aggiornarci sono anche un ambientalista pragmatico e attivista politico in questo campo (sono anche attivista nei temi della pace mondiale e nella solidarietà tra i popoli, ma questo lo fanno un po’ tutti ormai).
Di sotto aggiungo il testo della mia domanda di ammissione a un club goth su internet nel 2002 (fui accettato subito, ma la mia presenza fu una delle cause per cui il gruppo si sciolse pochi mesi dopo, ho almeno a me piace ricordare che sia andata così):
Amo tutto quello che è vivo e ciò che non lo è; tutto quello che esiste e, soprattutto, ciò che non esiste.
Mi piace giocare: nascondersi e cercare chi e cosa è nascosto; fuggire e rincorrere. Mi piace farlo nei luoghi della notte e nel tempo in cui gli uomini sono ricchi e non sanno di esserlo. Mi piace l’arte complicata, quella che mostra quanto il mondo sia incomprensibile e l’arte tanto semplice che mi è impossibile capirla fino in fondo. Mi piace la vita, la liberta e tutta quella diversità che ci rende uguali. Mi piacciono le persone libere (non necessariamente vive).
Non mi piace l’autoritarismo e il dogmatismo; il mio inutile essere democratico e tollerante; la mia pigrizia; il mio voler dimostrare a tutti quanto sono felice; il non poter dormire 12/14 ore al giorno; un sacco di cose che non ammetterò mai, neanche e me stesso, quanto mi disgustano.
Non tollero la violenza, qualsiasi tipo di violenza, e chi si arrende.